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Inviato da : olimpieri
Giovedì, 28 Gennaio 2010 - 09:24 |
Il Centro Sociale Anziani pubblica il supplemento del Giornalino di febbraio 2010
Elsa Boscardini
La vendetta di Jonathan.
Tutti sapevano nel villaggio che Jonathan e Lily erano innamorati e che ogni sera si incontravano di nascosto dietro i campi di caffè, dove finivano le piantine e cominciava il bosco. Per potersi dare un bacio i due innamorati, un caprone e una capretta, rischiavano però la vita ogni sera, in quanto appartenevano a due padroni che si odiavano da anni per aspre beghe di contadini.
A rendere più grave la situazione era il comportamento di Jonathan che, volendo mostrare la sua premura all’innamorata, andava nel campo di Mama Bum Bum, proprietaria della capretta, a brucare le piantine più tenere per farne omaggio, come un mazzo di fiori, alla sua bella.
Mama Bum Bum, infuriata da questi furti, si arrabbiava con Papà Jolly, proprietario del caprone, che sconcertato non sapeva cosa fare. Allora la donna cercò in tutti i modi di ostacolare l’amore tra i due animali. Provò a legare Lily, ma lei masticò lentamente la corda fino a liberarsi per correre al solito appuntamento. La chiuse dentro un recinto e lei lo saltò con il rischio di spezzarsi una zampa. La imprigionò dentro una piccola baracca, e il suo innamorato, a colpi di corna, ne demolì la porta e insieme corsero nel bosco.
La proprietaria, esasperata dai tanti insuccessi, prese una drastica decisione: impugnò lo schioppo, che teneva in casa per difendersi dai ladri, e… sparò senza la minima esitazione alla sua capretta che purtroppo finì in pentola con le carote e le patate dolci!
Quella sera e quella seguente Jonathan aspettò invano la sua amata, la cercò ovunque con dolci richiami, ma Lilly non rispose ad essi per cui il caprone si convinse che non l’avrebbe più rivista.
Papà Jolly, non vedendo più tornare a casa il suo caprone, uscì a cercarlo e andò dritto al campo della sua nemica. L’intera piantagione di caffè era stata divorata e ridotta a una spianata di stecchetti spogli e morti, senza più una foglia! Jonathan, con la sua insaziabile fame, si era inconsapevolmente vendicato della cattiveria di Mama Bum Bum che, senza pietà, aveva posto fine al suo grande amore per Lilly.
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Il presepio vivente a Pianiano (Cellere)
La Pro loco di Cellere ha realizzato quest’anno una magnifica iniziativa con la collaborazione delle altre associazioni, tra le quali il Centro Sociale Anziani: il presepio vivente nel borgo storico di Pianiano, frazione di Cellere.
Già visto da lontano, Pianiano si presenta ai visitatori come un presepio naturale per la sua caratteristica di trovarsi arroccato su un rialzo tufaceo; quando poi si entra attraverso la porta di Via degli Albanesi, allora ci si rende conto che somiglia davvero alla lontana Betlemme, con le poche case distribuite nello stretto spazio ad incorniciare una piccola piazza, dove l’infaticabile gruppo della Pro loco ha disposto le varie e tradizionali scene del presepio.
Il giorno di Natale, i numerosi visitatori, quando le ombre erano scese come un magico manto a nascondere il piccolo borgo, hanno avuto l’opportunità di ritornare bambini e di essere avvolti dal mistero della Notte Santa.
Prima di entrare attraverso la porta custodita da due soldati romani, hanno apprezzato un rustico recinto con placide pecorelle occupate ad assaporare un profumato fieno, poi, dopo aver posto un obolo in una capiente damigiana a collo largo, hanno percorso i caratteristici angoletti per osservare subito un antico forno a legna, dove una solerte fornaia si apprestava a immettere i suoi prodotti farinacei. Appena entrati nella piccola piazza si è presentato un variegato spettacolo di venditori di formaggio e di ricotta preparati in diretta lì sul posto, di pollame, di pesce, di castagne, di nocciole, di olio e di legumi di ogni genere. Nel frattempo, un pastore si aggirava per le viuzze del borgo tenendo sulle spalle un belante agnellino, mentre un contadino spostava le sue curiose oche da un settore all’altro, attirando l’attenzione di tutte le persone, ma soprattutto dei bambini.
Finalmente, sotto l’arco centrale della piazza si è potuto assistere alla mistica scena della natività con l’assorta Maria, il devoto Giuseppe e il dormiente Gesù Bambino, allietato dalla presenza di due piccoli angeli e poi di un pastorello.
Sulla via del ritorno, scrutando gli altri vicoletti, ci si è imbattuti nei pastori, nell’oste, nel sellaio, in due artigiani impegnati ad affilare falci e ad arrotare coltelli, nelle varie donne addette a ravvivare il fuoco, a lavare i panni, al ritmico lavoro di cardare la lana, alle operazioni di rammendo, di vagliatura del grano, ed infine si è ammirato il fabbro intento a forgiare i metalli, e vicino a lui il falegname con i vari attrezzi del mestiere.
Anch’io ho osservato tutto attentamente, e al termine della visita ho potuto raccogliere i commenti di plauso rivolti agli organizzatori, e con soddisfazione ho notato bimbi felici e persone di una certa età ritornate temporaneamente bambini nel ricordo di quei lieti Natali vissuti tanti anni indietro.
Il 6 gennaio sono ritornato a Pianiano e ho finalmente potuto ammirare anche i tre famosi “ritardatari”, i Re Magi, con le loro vesti sontuose e con i ricchi doni da offrire a Gesù Bambino.
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Poesie scherzose
LI CONIJI (I conigli)
Je disse tanto bene a li mi fiji:
“Per carità, che non ve venga in mente
d’annavve a ‘mpressionà co li coniji,
che la salute ve ce va perdente.
Dico, non date retta a li consiji
e a le fanfaronate de la gente;
so’ tutti impicci e rogne che te piji,
e quanno che è la fine ‘nchiappe gnente.
‘Na volta ce ne avevo ‘na ventina,
stavo sempre a guernà, cristo d’un dio;
momente me mannaveno a rovina.
(Sarà perché non ero troppo dritto),
per me tanto col pollo e col conijo
non ci ho fatto mai nessun profitto.
Vincenzo Menicucci
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La paternità
La vita spesso dà gioie e dolori:
c’erano due ragazzi in motorino,
avviene un incidente, e uno muore.
La gente disse subito: “È il destino”,
all’altro disse: “Ringrazia il Signore,
che nel disastro ti è stato vicino”.
Vorrei saper perché, se c’è un disastro,
uno può esser figlio e uno figliastro.
Giuseppe Febbi
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LI PENSIONATI
Adesso ‘sti vecchietti, grazia a Dio,
se ritroveno tutti pensionati,
e se vonno un frenetto che so io
ci hanno li su’ baiocchi preparati.
Che prima... ‘na migragna, caro mio,
specie quelli se poveri ammalati,
tu li vedevi lì mortificati,
senza manco la voce per fa’ pio.
E invece mo so’ tutti rincricchiti,
non hanno più bisogno de nessuno,
amati, rispettati e riveriti.
Ma se, cristo, non c’ereno ‘st’aiuti,
ereno già sdraiati, salve ognuno,
tutti all’ombra dell’alberi pinsuti.
Vincenzo Menicucci
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San Giuseppe frittellaro
(In dialetto cellerese)
(Racconto di Lorenzo Olivieri, messo in versi da Mario Olimpieri)
Come tutte sapete, le frittelle,
quelle de San Giuseppe falegname,
so’ bone, croccantine e propio belle,
e te le magne pure se ‘n ciae fame.
Mo ve vojo svelà qui piano piano
la storia de ‘sta sagra de frittelle,
spieganno che perfino al Vaticano
c’ereno nel passato le cancelle,
però de legno e in tutte le giardine,
e quanno ‘l Papa annava ‘mpoco a spasso
all’ombra de le querce e de le pine
‘gni tanto lue fermava el lento passo,
e se vedeva che ‘mpôro cancello,
sebbene fosse fatto de bôn legno,
per esse’ vecchio, più nun era bello
(perché ‘l tempo se sa che lascia ‘l segno),
lue subbito ordinava d’aggiustallo;
ma un giorno un prete dette ‘sto consijo:
“Chiamamo San Giuseppe a riparallo;
chiedetelo a Gesù, che è ‘l su’ fijo”.
Fu fatto, e San Giuseppe, co’ ‘na fune,
retta da un forte angelo del cêlo,
sarebbe sceso giù sicuro e immune
come chi cala da un pero o da un melo.
Je disse: “Quanno io te dico <lascia!>,
tu abbandona la corda, so’ arrivato”.
Se mise attorno al corpo ‘na gran fascia
e ciattaccò l’attrezze in ogni lato;
doppo tanta discesa lue s’accorse
d’avé scordato l’ascia più arrotata,
e a gran voce strillò co’ le su’ forze:
“Butteme l’ascia, me la so’ scordata!”.
Da quell’altezza l’angelo sentì:
“Lascia!”, ma nun capì l’altre parole;
pensò ch’era arrivato e lì per lì
lasciò la fune, e nelle sacre aiole
San Giuseppe cascò da granne altezza,
se spiaccicò e venne ‘na frittella,
e da quel tempo mo la gente è avvezza
a festeggià, pe’ via de ‘sta storiella,
e tutte l’anne a Roma c’è baldoria
e se racconta ancora, bene o male,
‘sta divertente, simpatica storia,
soprattutto al quartiere Trïonfale.
Mario Olimpieri
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Verde come:
l’incredibile Hulk,
l’erba del vicino,
l’uva marchigiana,
le colline umbre a primavera,
il melograno di carducciana memoria,
quel prato di Morandi dove crescono speranze,
talor appare l’acqua marina,
un terzo dell’italica bandiera,
gli anni della giovane età,
il verderame... senza rame,
la rabbia dei Proci,
un ramarro pieno di debiti,
già a metà mese, le tasche degli Italiani.
Mario Olimpieri
Sante Rinaldi (Risante)
Cattiveria
Er Sole è addormentato:
era sdrajato tutte le matine
ner salotto fiorato
e mo j’hanno abbassato le tendine.
Er treno
Quanno parte s’abbuffa
de viaggiatori – e sbuffa
perché nun diggerisce.
Appena che finisce
la corsa a la stazzione,
arivòmmita tutte le persone.
Er cannone
Un dottore incosciente
j’ordina le supposte
che ammazzeno la gente.
Metamorfosi
Cento metri de filo a pennolone
e l’aquila diventa un aquilone.
Er dindarolo
È disperato, povero panzone:
l’hanno imboccato
co cento lire farse
e cià l’indiggestione.
Er faro
Li cavalloni spruzzeno la schiuma,
er mare fuma.
Er faro,
finché nun vede chiaro,
co la frusta de luce colorata
ogni tanto j’ammolla una frustata.
Umanità
Er Sole s’è svejato, stammatina,
in un prato infiorato da la brina.
Sente freddo, ma costa tanto poco
una balla de paja.
Je do foco
e lui ce s’ariscalla.
Le banche
Nun è una cosa nova
che le Banche so’ nidi de giganti
indove li quatrini fanno l’ova
solo a chi ce n’ha tanti.
Delicatezze
Una tacca e un mirino
passeggeno in giardino.
Arriva un passeretto
e j’appunteno in petto
un fiore porporino.
La ranocchia
Se tuffa pe fa er bagno
e nun la vedi.
Ner silenzio te credi
ch’hanno tirato un sasso ne lo stagno.
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