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Inviato da : olimpieri
Lunedì, 28 Giugno 2010 - 11:33 |
Il Centro Sociale Anziani pubblica il supplemento del Giornalino del mese di luglio 2010
Mario Olimpieri
Intervista immaginaria al Caravaggio
In. = Intervistatore
C. = Caravaggio
(Nato a Caravaggio o Milano 1571 ca. – Morto a Porto Ercole 1610)
In. Caro Michelangelo Merisi (sì perché questo era il tuo vero nome, anche se da tutti eri chiamato Caravaggio, a causa della tua nascita in questa cittadina in provincia di Bergamo), ti voglio subito esternare la mia grande stima perché ti considero come uno tra i maggiori pittori italiani.
C. Sono curioso di conoscere le motivazioni che ti spingono a questo gradito complimento.
In. Certamente; presto te lo chiarirò, però prima consentimi di essere del tutto sincero e di chiederti anche il perché della stravaganza, litigiosità e discontinuità nel tuo comportamento.
C. Non te lo devo insegnare io, che ognuno di noi si presenta in questo mondo con un suo marchio di nascita, e per quanto si sforzi nel cambiarlo e nel migliorarlo, tuttavia non potrà mai riuscire a mutare in modo completo il proprio carattere. Il mio mi ha ostacolato enormemente nel condurre una vita senza gravi problemi e serie difficoltà, e ne sono stato io la prima vittima, ancor prima di coloro che hanno subìto le mie prepotenze e il mio cattivo temperamento.
In. In verità dici bene e ne sono convinto anch’io; peccato che tutto ciò ti abbia impedito una vita serena e una produzione pittorica più degna delle tue enormi capacità.
C. Vedi, nella vita manca sempre la controparte di quanto si afferma e perciò non è detto che con un carattere migliore io sarei potuto essere un pittore più valente; è possibile che il tormento interiore io l’abbia trasferito nelle mie tele e che la mia pittura, che tu molto apprezzi, sia stata la conseguenza di quanto ti ho qui espresso; diversamente, sarei potuto anche divenire un pittore mediocre e senza una forte personalità.
In. Sei convincente, e adesso ti stimo anche come un buon parlatore e conoscitore dell’indole umana; ma raccontami qualcosa della tua infanzia.
C. La mia entrata nella vita è stata molto dura fin dalla più tenera età, quando fui costretto ad abbandonare la famiglia per andare a frequentare le prime botteghe di pittori scorbutici, indifferenti e restii ad accettare le mie innovazioni pittoriche. Nel 1592 arrivai finalmente a Roma, lavorai dapprima presso un pittore siciliano e in seguito nella celebre bottega di Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, uno dei pittori più in voga.
In. Presso questo bravo pittore avrai sicuramente perfezionato la tua pittura.
C. Fui incaricato principalmente di dipingere fiori e frutti e, inoltre, fui introdotto negli ambienti più colti e nobili della città, però i suoi insegnamenti non mi appagavano, mi sentivo poco stimolato da ciò che mi proponeva, e allora decisi di mettermi in proprio.
In. Ma qualche bel quadro l’avrai pur dipinto nel primo periodo romano.
C. Più di un quadro, ma quello che ricordo con maggiore orgoglio è il Bacchino malato, che, come vedi, proprio mi rappresenta con quello sguardo vivo e intenso che contrasta con la malinconia provocata dalla malattia.
In. Io non riesco a comprendere come tu abbia potuto fare continuo ricorso alla prepotenza e condurre una vita turbolenta, segnata da una sequela di risse e di arresti, benché tu fossi piuttosto malaticcio e indebolito dalla malaria.
C. Dici bene, e fui anche costretto a scappare a Genova dopo aver ferito gravemente un notaio, Pasqualone d’Accumulo, a causa della mia amante Lena. Al mio ritorno a Roma venni anche querelato da Prudenzia Bruni, mia padrona di casa, per non aver pagato l’affitto.
In. E tu come reagisti alla querela?
C. E me lo chiedi? Al mio solito modo violento: mi recai nottetempo sotto la sua casa e lanciai sassi contro la finestra.
Ma il fatto più grave lo commisi contro Ranuccio Tommasoni.
Ci sfidammo nel gioco della pallacorda, dove lui si riteneva imbattibile, ci fu un’animata discussione per un fallo di gioco ed io venni ferito ma, a mia volta, ferii il mio rivale, però mortalmente, e fui condannato a morte.
In. Ma per giungere a tanto, certamente ci doveva essere vecchia ruggine tra di voi.
C. Hai supposto il giusto; infatti, ci contendevamo la stessa donna, Fillide Melandroni, molto bella e desiderata da entrambi.
In. Però questi sono fatti negativi; io invece voglio conoscerti più a fondo sotto l’aspetto artistico perché, ripeto ciò che ho affermato all’inizio, ti considero un gran pittore, abilissimo nell’uso dei colori (fosti ritenuto con vera lode ottimo coloritore lombardo) e nell’utilizzo della tecnica del chiaroscuro e dell’impostazione naturale della luce e delle ombre.
C. Ti voglio dar soddisfazione e ti chiarisco che il mio modo di impostare la pittura consisteva nel prendere sempre a modello la natura e i personaggi della vita quotidiana (nella povertà in cui versavo, non potevo permettermi di assumere dei modelli a pagamento).
Un salto di qualità lo realizzai quando, dopo tante peripezie e frequentazione delle persone e dei luoghi sbagliati, fui preso sotto la protezione del cardinale Del Monte, mio grande estimatore.
In. Non solo ti garantì una sicurezza economica ma ti risolse i debiti con la giustizia.
C. È vero, ma nonostante il suo vigile controllo, fui ancora protagonista di un episodio spiacevole: malmenai e percossi con un bastone Gerolamo Stampa da Montepulciano, un nobile che si trovava nel palazzo come ospite del prelato. Poi per risse, violenze e schiamazzi venni ancora arrestato e condotto presso le carceri di Tor di Nona, vicino a Castel S. Angelo; ma ritorniamo alla pittura perché di ciò volevi che io ti raccontassi.
In. Oh bravo; hai capito che non m’interessa, anzi m’indigna, la tua turbolenta vita, e cerca di riprendere il discorso pittorico. Che cosa dipingesti durante il periodo trascorso presso il cardinale Del Monte?
C. Ah, fu il mio momento migliore e lo ricordo come una parentesi felice della mia travagliata vita.
In. Ti faccio sapere che i quadri di quel periodo li ho visti e ammirati tutti, soprattutto Cena in Emmaus (sia pure nella mia enciclopedia) e Medusa agli Uffizi di Firenze.
C. Effettivamente sono dei quadri stupendi, ma poi fui davvero impegnato nei dipinti per la Cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi, a Roma.
In. E anche questi li ho osservati più volte per apprezzare i tuoi famosi chiaroscuri.
C. Divenni così famoso che ricevetti una seconda importante commissione per la chiesa di Santa Maria del Popolo, a Roma.
Sicuramente avrai visitato i miei dipinti...
In. Certamente: stupenda la Crocifissione di San Pietro, ma soprattutto efficace la Caduta di Saulo o, come in altro modo è chiamata, la Conversione di San Paolo.
Ma poi, perché ti allontanasti da Roma e andasti fuggiasco in altre parti d’Italia e addirittura a Malta?
C. Sempre perché inseguito da minacce e da varie condanne da scontare in carcere, e tutto ciò non potevo certo accettarlo, in quanto spirito estroso e libero.
In. Devi sapere però che ti accompagnava anche l’appellativo di “Pittore maledetto” nell’ambito di una vita vissuta con “genio e sregolatezza”.
C. Ma voglio pensare che tu sia di diverso avviso... Fui anche sfortunato; se avessi saputo in tempo che il Papa mi aveva concesso il suo perdono, sarei subito ritornato a Roma, invece ebbi altri problemi a Napoli e corsi il rischio di essere ammazzato da alcuni sicari.
Racimolate le mie povere cose, corsi al porto e salii sul primo vascello in partenza verso il nord.
In. Quindi ti salvasti!
C. Macché, il vascello gettò l'ancora a Porto Ercole, nello Stato dei Presidi, ai primi di luglio dell'anno 1610. Probabilmente a causa di una ferita al volto, che mi dava un aspetto poco raccomandabile, la polizia mi fermò subito per accertamenti. Spiegai di essere un pittore, ma poiché somigliavo a un fuggiasco ricercato, i gendarmi mi gettarono in una cella soffocante. Quando mi rilasciarono, qualche giorno dopo, corsi subito verso il porto sperando di poter tornare a bordo, ma il vascello era già partito portandosi via le mie cose: i pochi stracci, la cassetta dei colori, i pennelli.
M’illusi di raggiungerlo; colto dalla disperazione, mi misi a correre lungo la spiaggia, infine caddi spossato sulla riva del mare, con addosso i brividi della malaria, poi... quel che successe, dimmelo tu che hai sicuramente letto con interesse la mia vita.
In. Certamente; fosti soccorso e lasciato alle cure della locale Confraternita; il 18 luglio 1610 fu certificata la tua morte avvenuta nel loro ospedale, alla giovane età di trentanove anni non compiuti. Il giorno successivo fosti seppellito nella fossa comune riservata agli stranieri, ricavata nella spiaggia, a Porto Ercole, non proprio lontano da Cellere, per cui ti prometto che, prima o poi, mi recherò a farti pietosa visita per renderti il giusto onore. Fine
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