Il Centro Sociale Anziani pubblica il supplemento del Giornalino del mese di agosto 2010
In questo inserto vi voglio ancora coinvolgere nella lettura di altre poesie di Aral Gabriele (già presentato a giugno) che gridano la sua triste condizione di persona priva della libertà esteriore ma non di quella dell’animo; nello stesso tempo egli si rivolge alle persone più care e invoca comprensione e affetto.
LE MIE PAROLE
Le mie parole
sono foglie d'autunno,
cadute prima di cadere,
d'intralcio a terra
alla vostra vista
e al vostro cammino,
nei lunghi viali
e nei cortili sicuri.
Bruciatele pure!
...ma che fuoco, e che fiamme!
Che denso fumo
nel vostro cielo vuoto.
“A ME GLI OCCHI!”
Che truffatori i poeti!
Non sono che illusionisti,
prestigiatori di parole.
Di certo li hai visti
da un cappello nero
trarre un candido coniglio,
fare di un bastone dei fiori colorati
o, con un leggero tocco, mille fazzoletti.
Pensi siano maestri di emozioni,
infallibili giocolieri di sentimenti,
perché di un mazzo di carte
san sempre mostrare l'asso di cuori.
Ma non è che un trucco.
Facile per chi sa incantare,
più facile dei serpenti è incantare i cuori
perché il cuore ha bisogno di magia.
Ma non ti adombrare, mio lettore,
non sei tu che hai subìto l'inganno,
tu hai pur sempre sognato,
hai sofferto e seguito,
hai sorriso e applaudito,
e chissà...
se hai prestato attenzione
hai perfino imparato.
È più sottile l'inganno,
più beffarda la vita
per chi, padrone del palcoscenico,
non sa affrontare la solitudine del camerino.
Chi alla vita è sconfitto
è chi inganna per vivere.
COME HO SCOPERTO IL MONDO
Ho navigato tra le onde di un mare senza nome
e per tre giorni ho combattuto al fianco di un vecchio,
reggendo un filo sottile
come il confine tra vittoria e sconfitta.
Ho sognato città invisibili
in una notte senza stelle,
finché l'alba non ha sorpreso il mio cuore
ed ho ammirato l'indaco delle mura di Jodhpur. (Città dell’India)
Ho volato nell'immensità del cielo
con un cuore puro, che non accetta limiti,
ali di gabbiano a sostenerlo
alla ricerca di un volo perfetto.
Ho camminato nel silenzio di ombrosi boschi
e ho giocato a una guerra che non conoscevo,
ma tutto ciò che difendevo
era un sentiero di nidi di ragno.
Ho abitato l'isola del signore delle mosche,
il volto dipinto dei colori della notte,
e nel toccare l'oscurità del mio animo
ho compreso l'innocenza di un tempo
che non tornerà.
Ho viaggiato per mondi dimenticati,
e come un piccolo principe
ho guardato senza aprire gli occhi:
ho imparato ad amare una rosa.
Ho scoperto il mondo
tra le pagine dei miei libri
e, chiuso tra le mura di una prigione,
ho scoperto la mia libertà.
ALL'AMICO JOSÈ
Un saluto, mio amico portoghese,
accettalo così come mi viene,
non conosco la tua lingua
eppure quante cose ci siamo detti,
quanto abbiamo capito.
Un saluto, ora che le nostre strade si dividono, e la tua corre così forte verso il domani,
mentre ti allontani
e mi lasci indietro nel percorso.
Porta con te queste parole da due soldi,
le ore comuni, le risate e le discussioni,
porta la nostra vita così assurda,
così condivisa, così profondamente
ma solo per poco, e poi niente.
Porta con te i miei racconti e i miei ricordi,
i nostri sogni,
la rabbia, la speranza, la noia,
portale con te
nelle tue giornate così brevi
e nelle tue notti così vive.
Raccontale al piccolo Davìd,
raccontagli di me,
dello “sciancato” e di Francisco il peruviano,
di chi ci è stato vicino,
di quando abbiamo bevuto,
e di tutte le balle che abbiamo sentito.
Raccontagli dei nostri silenzi,
della gioia taciuta perché non ferisse
e delle lacrime che attendevano il sonno dell'altro,
della forza ostentata ad ogni occasione
in ogni momento, così fragile.
Parla al tuo piccolo ragazzo
delle partite a carte e dei piatti da lavare.
Parlagli dell'inverno,
sotto il peso di ruvide coperte
e di un freddo che veniva da dentro.
Parlagli dell'estate in una finestra,
dei grilli compagni di ogni notte
eppure irraggiungibili.
Raccontagli tutto, Josè.
Anche se non ti presterà attenzione,
anche se non potrà capire, o se riderà,
non fermarti.
Parlagli dei nostri giorni
nient'altro che numeri di un calendario
e di una vita chiusa in uno scrigno di attese,
parlagli delle donne nude alle pareti
e del rosario appeso sul letto,
di quest'affollata solitudine
e delle emozioni che può darti
il fruscio di una lettera.
Non dimenticare, Josè.
Porta con te le nostre pagine sgualcite,
dà loro un senso, fai che vivano oltre queste strette mura,
fai che insegnino, che cantino
che da lontano risuonino,
che non muoiano con il mio tempo,
con le mie lacrime,
che non sia solo questo il frutto.
Portale in giro per il mondo
con i tuoi occhi ingenui e il tuo sorriso sincero.
Liberale, Josè,
che fuggano queste stanze
e questi corridoi consumati,
fai che abbiano cortili aperti e giardini,
che corrano nelle piazze e nei viali alberati,
che respirino la domenica mattina,
che sentano il profumo del pane ancora caldo.
Fagli conoscere la tua terra, Josè,
la costa che infrange l'oceano
e le dolci colline su cui si distende la sera,
le luci della città ed il vino di Madeira.
Un saluto, mio amico portoghese
a chi ha tanto condiviso, così profondamente
e poi niente.
OGNI GIORNO DI PRIGIONE
Ho dimenticato il chiasso dei bambini,
il profumo dei giorni di festa
ed i fiori di pesco dei giardini.
Ho dimenticato la schiuma del cappuccino
le fusa del gatto Nelson
e la luce soffusa del mio camino.
Ho dimenticato i sandali di Elvira,
il calore di due occhi innamorati
ed il cielo stellato di Kerkìra.
Ho dimenticato i sogni di bambino,
le più graffianti poesie di Brecht
e chi mi accompagnava nel cammino.
Ho dimenticato, ma ti voglio confidare
che ogni giorno è una promessa,
non smetterò mai di dimenticare.
PER NON PENSARE A TE
Farò sorgere il sole e farò scorrere le ore,
ed il tempo non si fermerà
perché io non posso fermarmi.
Brucerò le penne dei poeti
e ai pittori ruberò i colori,
zittirò allodole e usignoli
e alle stelle impedirò di cadere.
La rosa perderà lo scarlatto, il violino cesserà il suo pianto,
e tutte le candele smetteranno di tremare.
Il rosseggiare del tramonto, il profumo della sera ed il canto delle onde non esistono più.
Esiste la terra perché io possa dissodarla
con la mia schiena ed il mio sudore,
esiste il fuoco perché io possa battere il metallo e forgiare la mia nuova vita,
esistono i cavalli perché io possa pulire le stalle e dimenticare l’odore della tua pelle,
esistono i pesci nel mare perché prima del giorno li possa caricare e scaricare
in questo mercato
e non pensare più a te.
Esiste la vita intera
perché io non pensi più a te,
ma ho un cuore soltanto
e non dimentica mai.
A MIA SORELLA
Perché ti scrivo?
Forse perché i miei occhi non sostengono l’autunno?
O perché la prigionia inganna il mio cuore?
Credi che non senta la voce del tuo silenzio?
O pensi che la solitudine
muova senza orgoglio la mia penna?
No, sorellina mia, tu non comprendi.
Non ti accorgi che le mie sbarre
non sono di ferro, ma di ricordi:
la nostra infantile complicità,
gli scherzi e le risa,
le spinte e le carezze,
i regali e i dispetti,
il sostegno e l’aiuto.
Le lunghe interminabili confessioni.
Nulla ha distratto il mio animo da ciò che era vero,
né la vita né il lutto,
non i sogni traditi, non l’amore rubato.
Dimmi sorellina: chi c’è ora nella stanza dei giochi?
Dimmi: chi risponde, se chiamo forte il tuo nome?
Sul mare sconfinato del mio affetto
cade come fiocchi di neve la tua indifferenza.
ISABELLA
Sei passata veloce e leggera su di me
come un soffio di vento d’estate,
come una ballerina sulle punte
un passo di danza sul mio cuore,
come il bagliore di una stella cadente
senza il tempo per un desiderio.
Mi hai lasciato
brezza sulla pelle,
poca polvere di stelle
ed un cuore esterrefatto.
A CHI FORSE NON LA LEGGERÀ
Sei sempre nei miei pensieri,
nella malinconia dei miei occhi
e nel fragore delle mie risate.
Sei nella vita che non abbiamo mai vissuto
in tutti i giorni che non abbiamo trascorso insieme.
Sei nelle candeline che non abbiamo spento
e nei regali di Natale che non abbiamo scartato.
Sei nell’abbraccio che non mi ha stretto
e nel sorriso che non ti ho regalato.
Sei nell’album di foto che non abbiamo sfogliato
e nelle lettere che non ti ho scritto.
Sei nei sogni di bambino
e nella follia di continuare a sognare.
Ti ho portato sempre con me
come quando mi davi la mano,
e se pensi che questa vita non ti appartenga,
significa che forse anche tu, come me,
avresti avuto bisogno di viverla.
QUELLA FINESTRA
La strada bianca tagliava come un fendente
i campi dorati di grano e di ulivi d’argento,
quei colori, sgargianti al sole,
m’invadevano per tutto il giorno,
ma è alla sera che mi colpivano davvero
quando il folgore si esauriva e la campagna si placava,
allora ricordavo.
I bambini impazienti prima che tutti fossero pronti,
i volti dei grandi erano distesi,
insoliti come i loro vestiti buoni.
La voce di mio padre, così calda e profonda
che mi sentivo scivolarci dentro.
Il sorriso di mia madre era solo amore, amore puro
offerto ai miei occhi e al mio cuore senza condizioni.
Fuori dall’automobile che correva
quei campi siciliani non esistevano più,
com’era facile sognare il mio futuro,
sognavo la mia vita.
Ancora sogno
quella protezione e quell’affetto.
E ogni sera
da quella finestra
il giorno muore insieme a me.
Una vita per la scuola
Il Centro Sociale Anziani di Cellere è lieto di ospitare nel proprio giornalino “Il Cerignolo” la lettera che è stata indirizzata da Sonia Giorgi al nostro fedele socio prof. Roberto Radicetti, in occasione del suo forzato allontanamento dall’ambiente scolastico per limiti di età.
La scuola l’ha veduto impegnato nel quotidiano lavoro per tantissimi anni, e sempre con diligenza, bontà e amore per i ragazzi, per i colleghi e per la cultura.
Ciao Roberto
che dire di te!? Che prima ancora che colleghi siamo amici.
Ci lega un …lo confesso? mezzo secolo di affetto, di stima, di lealtà. Ora però cerco, per quanto possibile, di prescindere dagli aspetti propri dell’amico e soffermarmi su quelli del collega. Non abbiamo mai insegnato insieme ma conosco bene il tuo curriculum, sia per i frequenti colloqui e confronti avuti nel corso di tanti anni, sia per l’esperienza diretta nelle numerose gite scolastiche svolte immancabilmente insieme a Renna e a… donna Geltrude.
Io penso che se il Ministero della cultura dovesse delineare un identikit dell’insegnante modello dovrebbe, per molti “connotati”, ispirarsi a te. Non tanto per la preparazione culturale, didattica, ottima, ma prerogativa questa anche di altri insegnanti, quanto per il modo di porti nei confronti della scuola e degli alunni: puntualissimo, assente per casi eccezionali, sempre preciso nello svolgere le tue mansioni di insegnante e di Vicario, disponibile per le varie esigenze scolastiche; insomma ligio al dovere al massimo.
Sarebbero già sufficienti questi requisiti per il profilo dell’insegnante esemplare ma a me preme evidenziare, e con vigore, la tua specificità nel rapporto con gli alunni. Sempre sorridente, sempre pronto ad ascoltare i loro problemi, a smitizzare magari con una battuta quelli apparenti, a dare a ciascun alunno la sensazione di essere un individuo importante. In ogni allievo hai trovato la nota positiva su cui far leva per entrare in sintonia con lui e trarne il più possibile cultura e umanità.
E a proposito di umanità voglio almeno accennare alla tua umanità, quella che ti onora perché tanto discreta da passare in sordina. Una umanità che più volte ti ha spinto ad impegnarti, mi riferisco sempre all’ambito scolastico, in compiti nettamente superiori al dovere; compiti che tu hai assolto, spesso con sacrificio, ma sempre con estrema dedizione. Sono questi comportamenti queste azioni che fanno di un bravo professore un grande insegnante.
Se per trentacinque anni la scuola di Cellere si è identificata in te, come da me, questi “connotati, sono stati e sono apprezzati da molti, a Canino e a Cellere.
Comunque tutte le qualità elencate si possono sintetizzare in una sola espressione che ne è la base e nello stesso tempo contenitore: l’amore per la scuola; l’amore che sprizza da tutti i pori del tuo volto quando ne parli. E se dopo quarant’anni di insegnamento mantieni ancora l’entusiasmo iniziale vuol dire che è vero amore, raro, ma tu lo personifichi.
Della vita da pensionati ne parleremo, poi, al mare. Ciao, Sonia Giorgi.
Postilla: Qualcuno obietterà? Ha solo pregi? Sicuramente no! è vero che mi rivolgo ad un insegnante alla soglia della pensione e quindi ad un beato, ma non ad un santo! però, in questo momento, non mi viene in mente nessun difetto di Roberto Radicetti.
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Ma che cos’è la posta elettronica! Ti trovi a casa, durante gli ozi estivi, ed ecco che ti giungono notizie documentate con tanto di foto che testimoniano la verità di quanto asserito nel testo. Io posso soltanto e con piacere confermare tutte le notizie pervenutemi sul prof. Roberto Radicetti.
Un difetto, però, (e grande) l’ha davvero perché, essendo quasi mio dirimpettaio, in via Garibaldi, mi mortifica in continuazione con il suo balcone fiorito, che, facendo sfoggio di fiori e di colori, umilia quello mio, spoglio e incolore a causa dell’opera devastatrice d’insistenti e petulanti piccioni, i quali nel passato hanno dichiarato guerra al mio balcone; l’hanno purtroppo vinta e mi hanno costretto a un’impietosa resa, nonostante il mio grande amore per la natura e, in particolar modo, per i variopinti e profumati fiori.
Scherzi a parte, se una collega di lavoro, dopo numerosissimi anni di collaborazione, non ha trovato difetti, significa che essi erano del tutto assenti o veramente veniali, tali da non lasciar traccia.
Una sicura e profonda traccia è, invece, quella che ha lasciato nella scuola il prof. Roberto Radicetti.
Ma mi giunge notizia che anche la professoressa Anna Maria Piro abbia maturato la pensione dopo tanti anni d’insegnamento della matematica, alcuni dei quali trascorsi proprio qui a Cellere, dove tanti ex alunni ancora la ricordano con stima e affetto.
A entrambi, gli auguri per un proseguimento di vita serena, tranquilla ma sempre operante negli interessi che prediligono.
Mario Olimpieri